Mauro Casiraghi: perché ho deciso di autopubblicarmi

Mauro Casiraghi: perché ho deciso di autopubblicarmi

[uscito il 3 gennaio 2013 su Ho un libro in testa di Glamour, ospite di Chicca Gagliardo]

Mauro Casiraghi ci racconta la storia di “Un chilo di cenere“, il suo secondo romanzo. E affronta un problema che si sta diffondendo a macchia d’olio: il mercato continua a dare la caccia agli esordienti. Ma si è esordienti al primo libro. E poi?

DOPO LA PRIMA VOLTA
di Mauro Casiraghi
La prima volta che un editore ti dice “Sì” non si scorda mai. Proprio come in una storia d’amore, l’esperienza della prima pubblicazione la vivi con ingenuità e candore. Quando stringi in mano la copia-omaggio del tuo libro sei pieno di fiducia fino alle orecchie. Niente potrebbe farti pensare che quel momento idilliaco non si ripeterà appena avrai finito il tuo nuovo romanzo. Nemmeno le parole del responsabile della narrativa italiana di Mondadori, Antonio Franchini (l’uomo dietro i successi editoriali di “Gomorra” e “La solitudine dei numeri primi“) che già diverso tempo fa metteva in guardia chi scrive: “Oggi come oggi è molto più facile pubblicare il romanzo di un esordiente che il secondo o terzo libro di un autore conosciuto.”
Credevo che queste parole non mi riguardassero. Dopo avere esordito con il romanzo “La camera viola“, pubblicato da Fazi Editore, dopo aver venduto un discreto numero di copie, avere vinto un paio di premi letterari e avere incassato buone critiche, l’unico ostacolo alla pubblicazione di una nuova opera letteraria sembrava essere il Blocco dello Scrittore. Non riuscivo a venire a capo di un libro difficile, ambizioso, come capita spesso agli autori alla seconda prova. “Non ti abbattere, succede anche ai migliori ” mi dicevo, e continuavo ad alzarmi all’alba per scrivere e riscrivere. Finché, un bel giorno di primavera, sono riuscito a mettere nero su bianco la parola “Fine”.
Ora che avevo il mio secondo romanzo, dovevo solo trovare un editore.
Durante la battaglia con la scrittura avevo perso buona parte della mia innocenza. Sapevo che non sarebbe stato così facile trovare qualcuno disposto a pubblicare un libro che, fin dal titolo, si annunciava impegnativo.
Un chilo di cenere” racconta la storia di una famiglia separata, divisa dai conflitti: un padre anaffettivo, bigamo, regista fallito, misantropo e dedito all’arte dell’oblio volontario; una madre che cerca di affogare i sensi di colpa nell’alta cucina e in una fede tardiva; una figlia farmaco-dipendente cresciuta nel mito di un fratello per cui prova un’attrazione al limite dell’incesto; e infine lui, Peter, il figliastro italo-canadese, che vive come un eremita sulle sponde di un lago dove sta per abbattersi una memorabile tormenta di neve. Quando la famiglia si ritrova riunita sotto lo stesso tetto per trascorrere il weekend di Pasqua, il figlio si presenta al capezzale del padre malato, deciso ad alleviare le sue sofferenze…
Insomma, si tratta di un romanzo che affronta uno dei nostri tabù più radicati (non il sesso, non l’eutanasia o l’incesto, bensì la paura della morte) e sapevo che gli editori avrebbero trovato difficile collocarlo nel loro catalogo. Sapevo di dovermi armare di pazienza. Ero pronto a ricevere qualche rifiuto.
In un anno e mezzo ne ho incassati più che a sufficienza, da editori grandi e piccoli. Conservo ancora tutte le email:
“Al momento abbiamo un portfolio di italiani troppo ingombrante…”
“Non riesco a inquadrare questo romanzo”
“Un libro così, tutto trama e personaggi, so già che non saprebbero come proporlo…”
“Questo tuo romanzo, pubblicato da noi, non riuscirebbe ad emergere perché abbiamo troppi altri titoli”
“La decisione dunque è stata quella di non pubblicare il libro, ma è una scelta che porta con sé molto rammarico.”
Come in una storia d’amore, i “No” sono dolorosi. Ma uno continua a provare, non perde la speranza. Prima o poi qualcuno mi dirà di sì, ci ripetiamo fiduciosi. Se però i rifiuti continuano, se nessuno – ma proprio nessuno – vuole il tuo libro, allora cominci a dubitare di te stesso. Forse questo romanzo è un fallimento. Forse non sono più capace di scrivere. Forse devo abbandonare la mia vocazione.
Qualcosa però non tornava con questa visione catastrofica. Insieme ai rifiuti, chi aveva letto il libro aggiungeva sempre calde parole di incoraggiamento:
“La tua qualità di narratore è davvero innegabile”
“È impressionante questa tua capacità di lavorare sull’atmosfera, sul
tratteggio dei personaggi,”
“Se avessi una collana te lo pubblicherei”
“La tua scrittura è ormai matura”
“Ci sembra che Casiraghi faccia sul serio, che abbia delle storie da raccontare e che soprattutto riesca a smarcarsi dalle mode letterarie”
Forse era solo un modo per indorare la pillola. Ma resta il fatto che tra i lettori che più mi incoraggiavano c’erano scrittori che stimo, come Nicola Lagioia e Carola Susani. È anche grazie a loro se ho deciso di perseverare.
Anche perché quasi tutti i rifiuti alludevano alla difficile situazione dell’editoria italiana, alla necessità degli editori di fare tagli e selezione drastica per poter sopravvivere. Dalle grandi alle piccole case editrici, il ritornello era sempre uguale: la necessità di fare fatturato condiziona le nostre scelte editoriali.
L’idea che il libro non venisse pubblicato per colpa della crisi è una scusa attraente. Vuoi vedere che se non trovo un editore, alla fine dei conti, è colpa dello spread? Ma giustificare i propri fallimenti biasimando la congiuntura economica suonava fin troppo come i discorsi di quei politici che non si assumono la responsabilità dei loro errori. Di certo non mi faceva sentire meglio. Se avevo lottato per cinque anni con quelle pagine difficili, riuscendo finalmente a finire il libro, era perché credevo che valesse la pena leggerlo. Dovevo solo trovare un modo per farlo arrivare ai lettori.
È stato a questo punto che mi sono chiesto: perché non pubblicare il libro come ebook, per conto mio? Così ho deciso di provare la strada dell’autopubblicazione digitale tramite il sistema di Amazon chiamato KDP. Kindle Direct Publishing (vedi qui).
Non provo simpatia per Amazon. Al gigante Golia preferisco sempre Davide. Mi piacciono le piccole case editrici, eroiche e folli, tenute in vita col defibrillatore da persone animate dalla passione; mi piacciono le piccole librerie, dove il titolare ti guarda negli occhi, ascolta le tue richieste con pazienza, e prova un brivido di piacere quando riesce a procurarti il libro che hai cercato per tanto tempo; mi piacciono i libri di carta, da toccare e annusare, che invecchiano insieme a noi, che si macchiano come si macchia la nostra pelle. Ma mi piace anche l’idea di poter scaricare in pochi secondi l’ultimo libro di Javier Marìas sul mio lettore Kindle e immergermi subito, subitissimo, nella lettura delle sua prosa suadente e introspettiva. Mi piace l’idea che gli ebook costino molto meno dei libri di carta. Mi piace che libri fuori catalogo, libri che non esistono più, possano essere riproposti ai lettori su una piattaforma digitale accessibile a tutti. Mi piace l’idea di poter pubblicare il mio romanzo senza spendere un euro (come invece capita  con gli editori a pagamento), e senza dovermi preoccupare che il libro venga tolto dallo scaffale dopo pochi giorni se non vende subito molte copie.
Il limite dell’autopubblicazione, tuttavia, è la mancanza di filtri, di uno sguardo esterno che separi ciò che è buono da ciò che non lo è. Pubblicandosi un libro in solitudine si rischia di diventare narcisisti e autocompiaciuti.
Per cercare di evitare questi rischi, ho chiesto alla mia agente (nonché stimata traduttrice) Anna Mioni, titolare della nuova nata AC2 Literary Agency, di condividere con me il lavoro editoriale sul testo e la promozione del libro. L’editing finale, la correzione delle bozze, la presentazione ai lettori e ai giornalisti: abbiamo fatto tutto insieme. È stato un lavoro creativo, artigianale, che, insieme a quello fatto con il grafico che ha curato la copertina, mi ha comunicato un senso di libertà e di soddisfazione come non provavo da tempo. La parola “fatturato”, di colpo, non aveva più nulla a che fare con l’opera letteraria. Finalmente.
Ora che il romanzo è online, a disposizione dei lettori per il loro giudizio, la sensazione che mi rimane più viva è quella della speranza ritrovata. Di questi tempi, è il miglior sentimento che si possa provare. E che sia un libro a suscitarla, mi sembra di ottimo auspicio per il futuro.


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