Il mestiere di tradurre – una chiacchierata con Anna Mioni

[articolo uscito in due puntate sul blog Grafemi di Paolo Zardi, scaricabile per intero in PDF qui]

Il mestiere di tradurre
Una chiacchierata con Anna Mioni

Grafemi: Come è iniziato il tuo rapporto con la traduzione? Riesco a immaginare qualcuno che si mette a scrivere poesie, un diario, un racconto, senza domandarsi per chi lo sta facendo. Tradurre un testo, invece, è un’attività onerosa, complicata, impegnativa: come ti sei avvicinata a questa attività? Quand’è che hai capito che questa era la tua strada?

Anna Mioni: Tradurre è un talento molto simile a una malattia cronica di cui non ti puoi liberare: il rapporto con la traduzione non lo inizi, ce l’hai dentro dalla nascita, temo. A un certo punto emerge. Io ho cominciato a tradurre per gioco molto presto, quando la maestra delle elementari di mio fratello gli insegnò lo spagnolo; mi misi a impararlo insieme a lui, e mi accorsi subito che il volume di traduzioni degli Inti Illimani con testo a fronte conteneva molti errori, e cominciai a correggerli a matita. Avevo otto anni. E appena mi innamorai dell’inglese, alle scuole medie, cominciai presto a tradurre i testi delle canzoni che più amavo (sorvoliamo sui risultati, a quell’età). Si può dire che per me la musica è la chiave principale per avvicinarmi a una lingua straniera.
Ho capito che potevo tradurre per professione quando, alla ricerca di un lavoro vero subito dopo la laurea, su Affari e Finanza di Repubblica vidi l’annuncio di un Master in traduzione letteraria dall’inglese all’Università di Venezia. Mi presentai subito alla selezione e fui ammessa. Per la prima volta scoprii che quello che avevo sempre fatto per passione poteva diventare un mestiere.
Dopo il Master la fortuna volle che un editore di Padova, il gruppo Aries (Franco Muzio editore e Arcana editrice) cercasse uno stagista per tradurre e impaginare un libro. Fu così che pubblicai la mia prima traduzione, In Marocco di Edith Wharton; poi l’editore decise di prolungarmi il rapporto di lavoro con un contratto. Da lì cominciò la mia carriera di traduttrice.

G: Sono curioso di capire come funziona, in concreto, il rapporto tra l’editore, il traduttore e l’autore. Di solito come inizia un progetto di traduzione? E’ la casa editrice che ti contatta, o sei tu che proponi un libro che ti è piaciuto? L’autore del testo originale ha qualche voce in capitolo? Ti è mai capitato di contattare un autore per chiedergli dei chiarimenti, delle delucidazioni, sul suo testo? E se sì, come si sono svolti questi contatti?

AM: Di solito i diritti di traduzione dei libri nelle lingue principali vengono acquistati dagli editori italiani quando ancora sono allo stadio di bozza, se non addirittura di proposta. Quindi ormai è molto difficile che un traduttore possa proporre a un editore un libro che non gli sia già stato presentato mesi prima dai vari agenti letterari o dagli editori stranieri. Può capitare se si tratta di letterature poco frequentate e al di fuori dei circuiti commerciali, come quelle dei paesi post coloniali in inglese, per esempio; o quelle delle lingue straniere meno diffuse (“non veicolari”, in gergo tecnico). In linea di massima, comunque, almeno nell’85% dei casi il libro viene scelto a monte dall’editore, che cerca un traduttore solo dopo averne acquisito i diritti di traduzione per l’Italia.
La casa editrice contatta il traduttore che ritiene più adatto per il libro; nella situazione ideale, sottopone una prova a due o più traduttori, per vedere quale riesce a entrare meglio nelle corde del libro (non tutti possono tradurre tutti i libri: ogni traduttore ha il suo libro ideale, e viceversa. Se interessa approfondire, con il Sindacato Traduttori abbiamo stilato un Decalogo per il processo della lavorazione delle traduzioni), ma sempre più spesso non ce n’è il tempo, e il lavoro viene affidato a professionisti di cui si è apprezzato il lavoro in passato, ricorrendo alle prove solo per i traduttori nuovi da collaudare. Se l’autore del testo originale è già stato tradotto da te in passato e apprezza il tuo lavoro, può insistere tramite il suo agente perché sia tu a tradurlo. In alcuni casi si sono stati stabiliti rapporti proficui e duraturi tra autori e traduttori, che giovano di sicuro alla buona riuscita
di una traduzione.
Se l’autore del testo che sto traducendo è vivo, capita di interagire via e-mail per alcuni chiarimenti: io cerco sempre di non abusare di questa disponibilità, e di ricorrervi solo se non trovo le risposte ai miei quesiti nelle numerose fonti che ho a disposizione. La situazione più tipica è quando una parola o un’espressione hanno 7-8 traducenti diversi: solo l’autore, a volte, può dirci con sicurezza quale accezione precisa intendeva usare. In alcuni casi con gli autori ci sono affinità anagrafiche, culturali e musicali, e se ci si conosce si finisce per rimanere in contatto e rivedersi ogni tanto per un caffè.

G: Da un punto di vista economico, si sa che gli scrittori guadagnano poco – sono rare le persone che riescono a mantenersi scrivendo romanzi o racconti. Per i traduttori come vanno le cose? E’ possibile vivere di traduzioni? Quante ore deve lavorare al giorno un traduttore per arrivare a fine mese? Pensi che lo Stato tuteli in modo adeguato i diritti di chi traduce?

AM: Per i traduttori letterari le cose sono sempre andate piuttosto male, tanto che spesso i traduttori affiancano un’altra professione alla traduzione (io stessa sono stata bibliotecaria part-time per tredici anni, e l’anno scorso mi sono licenziata per aprire la mia agenzia letteraria, AC² ). Le retribuzioni dei traduttori sfiorano a malapena la sussistenza (vedi le tariffe esposte nell’inchiesta appena condotta dalla lista Biblit), e per raggiungere un reddito dignitoso spesso si è costretti a lavorare anche il sabato e la domenica, quasi senza ferie. Aggiungiamo che non esiste previdenza e la malattia non è pagata. Per fortuna, con il sindacato Strade, abbiamo raggiunto un accordo con una mutua privata e riusciamo a tamponare le carenze legislative con questo strumento. Lo Stato da un lato tutela i diritti di chi traduce facendo sì che i traduttori godano di un’aliquota agevolata, e in generale esentando dall’IVA i proventi ricavati da diritti d’autore; dall’altro non riconosce in alcun modo ufficiale la nostra professione, né dal punto di vista dell’inquadramento contrattuale né da quello previdenziale e sanitario, esponendoci a una precarietà che una volta forse era più rara, ma ora purtroppo si sta allargando anche a molte altre categorie di lavoratori.

G: Come avviene, concretamente, la traduzione di un libro? Lo leggi dall’inizio alla fine e poi inizi a tradurlo dalla prima pagina, o lo traduci come un lettore che scopre la storia una pagina dopo l’altra?

AM: Non esiste un metodo univoco per tradurre un libro, l’importante è il risultato finale. Quindi, ognuno traduce a modo suo: c’è chi fa una prima stesura molto grezza, riservandosi di intervenire una seconda e una terza volta per chiarire i dubbi e sgrezzare i significati, e chi come me cerca di avere una prima stesura che sia il più possibile esente da dubbi, per dover curare solo la correttezza stilistica durante la rilettura. All’inizio della carriera avevo spesso il tempo di leggere per intero un libro prima di iniziare a tradurlo, ora che lavoro con tempi sempre più serrati questo è praticamente impossibile. Inoltre, con il tempo ho scoperto che è meglio non conoscere a fondo tutto il libro quando si inizia a tradurlo, perché si rischia di esplicitare per il lettore italiano quello che l’autore ha voluto lasciare espressamente sottinteso. In ogni caso, con l’ultima rilettura si riesce a rivedere tutto il libro guardandolo in modo unitario.

G: Ci sono libri che hai odiato tradurre? Non servono i titoli: mi piacerebbe solo capire cosa può rendere pesante la traduzione di un libro – la lingua? La storia? E viceversa, ci sono stati dei libri la cui traduzione ti ha entusiasmato? In questo caso, possiamo citare dei titoli?
AM: I libri che odio tradurre sono quelli che vengono scelti dall’editore solo per la trama o perché appartengono a un filone “di moda”: spesso sono scritti talmente male che l’editore si aspetta che sia tu a riscriverli in un italiano accettabile. È un lavoro che va bene per quei traduttori che si sentono scrittori mancati, non per una come me che non ha alcuna velleità autoriale se non quella di essere il più fedele possibile alle intenzioni originarie dell’autore. Ragion per cui, per onestà cerco di non
accettare incarichi di quel tipo. L’ho fatto quand’ero un’esordiente, ma ora cerco di evitarlo.
I libri che ho amato di più tradurre sono quelli con una lingua ricca e stimolante, e uno stile unico che ho dovuto riprodurre in italiano cercando risultati altrettanto creativi. Sono le fatiche più esaltanti per un traduttore. Esempi: l’ironia newyorkese di Sam Lipsyte (tre libri per minimum fax; presto mi metterò al lavoro sul quarto), l’avanguardia modernista di Tom McCarthy (tre romanzi tradotti, di cui l’ultimo, C, appena uscito per i tipi di Bompiani), le sperimentazioni linguistiche di Jon McGregor. Una delle sfide più interessanti è stata quella di rendere in italiano gli scritti del critico rock e gonzo journalist americano Lester Bangs, finora ritenuto intraducibile, che con la sua lingua pirotecnica e le sue recensioni originalissime ha dato forma al linguaggio della critica rock moderna. Non a caso, i suoi libri sono diventati dei long seller anche nella versione italiana.

G: Hai voglia di parlare della tua Agenzia Letteraria? Come funziona, che tipo di servizi offre?

AM: Per approfondimenti rimando al nostro sito, dove vengono esposti tutti i servizi dell’agenzia. Ho scelto di avere una presenza forte su internet e sui social network, contrariamente alle agenzie italiane vecchio stile, proprio per sottolineare il desiderio di lavorare in un modo diverso. La mia esperienza all’interno delle case editrici come editor e ufficio diritti mi ha fatto riflettere seriamente sugli aspetti di questa professione che secondo me si potevano migliorare: nel ventaglio di prestazioni che offriamo c’è un occhio di riguardo alla modernità, nella consapevolezza che non si può più lavorare nell’editoria ignorando i profondi cambiamenti apportati dal digitale, che non è “il nemico”, ma per esempio può offrire nuove possibilità per ridare vita ai libri che ora per problemi di distribuzione non trovano visibilità sugli scaffali.
Il servizio più innovativo dell’agenzia è l’assistenza nel percorso di auto-pubblicazione per gli autori che non vogliono più aspettare mesi prima di ricevere la risposta di un editore, con i tempi rallentati imposti dalla crisi del settore. Cominciano ora a uscire i primi e-book di cui abbiamo curato l’editing, offrendo agli autori quel servizio di filtro e di cura professionale che di solito si trova all’interno delle redazioni, e ottenendo così un prodotto finale sempre più simile a quelli proposti da una casa editrice, ma con modi più snelli e tempi più rapidi.
Non ci occupiamo solo di rappresentanza di autori italiani e stranieri, e di lettura e valutazione di manoscritti, ma offriamo anche servizi di editing per gli autori che vogliono rimaneggiare a fondo la propria opera con l’aiuto di un professionista, di fact checking e tutoraggio per chi ha bisogno di verifiche o di essere accompagnato passo passo nella stesura del proprio romanzo.
Offro anche i miei servizi di traduzione letteraria, ma non sono un’agenzia di traduzione, che è una cosa ben diversa: sono solo un’agente letteraria che è anche traduttrice, ma non smisto lavoro ad altri colleghi come fanno le agenzie.

G: Quest’anno andrai al Salone del Libro? Pensi che sia ancora un evento imperdibile?

AM: Ci andrò anche quest’anno come sempre da più di dieci anni a questa parte: è la manifestazione più importante d’Italia, che ogni anno si conferma tale.
Per chi lavora nell’editoria a tempo pieno è il luogo dove tutti gli specialisti del settore si incontrano per ben cinque giorni e dove si svolgono numerosi dibattiti sul mondo editoriale, tra cui anche gli appuntamenti dedicati ai traduttori con il format L’autore invisibile, di cui sarò ospite quest’anno.
Un particolare ignoto al grande pubblico ma molto importante per gli addetti ai lavori è che da qualche anno c’è una sezione a parte dedicata allo scambio di diritti, l’IBF, dove si svolgono incontri e trattative non-stop tra editori e agenti di tutto il mondo, come nelle grandi fiere internazionali. Quindi a livello di incontri e di aggiornamento professionale si tratta di un evento imperdibile.
Se dovessi ragionare come semplice lettrice, in confronto ad altre fiere Torino è sicuramente dedicata a un pubblico più ampio: si dà molto spazio agli autori o a star dello sport e della TV. Ha senso una visita per vedere gli stand degli editori più piccoli che hanno meno visibilità in libreria:
spesso sono presenti di persona allo stand e si può parlare di libri con loro. Gli stand dei grandi gruppi si presentano più come vetrine espositive di tutta la loro produzione, ma per avere un dialogo diverso con i lettori bisognerebbe forse offrire spazi più intimi e differenziati, meno simili alle librerie di catena.

La chiacchierata è stata pubblicata sul blog http://grafemi.wordpress.com in due parti, il 6 e l’8 maggio 2013


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