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L’avvento dell’editoria digitale e le sue possibili ripercussioni sul lavoro dei traduttori (da Strade Magazine)

uscito in origine su / / rubrica Gomma e matita, Numero 2

 

Anna Mioni ci parla delle sue idee sul futuro della traduzione nell’era dell’editoria digitale. Le case editrici riusciranno a far fronte ai rapidissimi mutamenti? E soprattutto, il futuro digitale si prospetta per noi traduttori roseo o allarmante?

È un momento di cambiamenti epocali per l’editoria, in Italia e nel mondo.
Negli Stati Uniti l’e-book è già una realtà consolidata; è di questi giorni la notizia che anche in Inghilterra, in alcuni negozi su internet, la vendita di libri elettronici ha superato quella di libri su carta. E sempre più spesso libri autopubblicati dagli autori, senza passare per un editore, raggiungono la vetta delle classifiche, per poi essere “consacrati” dalla pubblicazione anche su carta (emblematico il caso delle Cinquanta sfumature di cattiva letteratura che funestano le classifiche estive).
Intanto, cerchiamo di ragionare sui tempi: al momento qui da noi il libro digitale si attesta su percentuali intorno al 2%; si può prevedere che raggiungerà dimensioni di massa solo tra cinque o dieci anni al massimo, intorno al 20%. Nemmeno gli esperti si azzardano a dare cifre più precise. Si può solo tenersi informati e prepararsi ad affrontare i cambiamenti. C’è ancora il problema della mancanza di un formato e di un supporto prevalente (come è stato il CD rispetto al DAT o al MiniDisc, per esempio), che ne ostacola la diffusione capillare.
Gli editori italiani hanno un approccio ambiguo a questa rivoluzione. In generale, l’impressione è che la grande editoria si divida tra il terrore davanti all’ignoto (di recente Cavallero, direttore generale di Mondadori, ha commentato qui: “Niente sarà più come prima. (…) Nessuno ha la più pallida idea di quello che accadrà tra pochi anni”) e i tentativi di saltare sul carro del vincitore, inglobando a posteriori l’energia espressa dagli autori che si autopromuovono, e creando ex novo collane di e-book e community di autori autopubblicati. Questi ultimi tentativi mi lasciano sinceramente perplessa, e non credo siano destinati al successo: in rete non funzionano le comunità artificiali imposte dall’alto. Il pubblico degli internauti è anarchico e imprevedibile, sceglie dal basso quello che ama e lo fa assurgere alla popolarità per passaparola.
Negli ultimi due anni per fortuna anche in Italia è cominciata la riflessione sull’editoria digitale e il self-publishing, grazie a convegni interessanti come IfBookThen (con molti ospiti internazionali), Bye Bye Book? o Librinnovando.
La prima conseguenza ovvia, e positiva, è che il self-publishing sta uccidendo l’editoria a pagamento (la cosiddetta vanity press); gli aspiranti autori che non vogliono sottostare al giudizio di agenti ed editori possono autopubblicarsi direttamente, senza essere vittime di sfruttatori senza scrupoli. Questo libera spazi in libreria per i libri cartacei di qualità.
Una delle tesi emerse con più insistenza a IfBookThen è che il mondo dell’editoria cartacea sta vivendo un cambiamento analogo a quello che si è verificato nell’industria musicale con l’avvento della musica liquida (mp3 ecc.) e del file sharing, ma il rischio è quello di non imparare nulla dall’esperienza dell’industria musicale: tutti i grandi editori infatti stanno ripetendo gli stessi errori fatti dalle major della musica a suo tempo. Per esempio, quello di considerare i pirati digitali come il nemico numero uno, invece di abbassare i prezzi dei supporti. Le statistiche dimostrano che non è la pirateria digitale il nemico da combattere: spesso, anzi, aiuta a vendere più copie. Per fortuna, già molti editori si stanno ricredendo e presto le protezioni DRM (che irritano chi ha legittimamente pagato il libro, e vengono aggirate con facilità dagli hacker) verranno tolte dagli e-book.
La reazione di terrore di molti editori deriva dal timore che il libro elettronico, oltre a mutare irreversibilmente la filiera del libro così come la conosciamo, uccida il mercato librario e l’editoria. Come sintetizza con efficacia Giuseppe Granieri, Il fatto che le tecnologie digitali abilitino la pubblicazione e la distribuzione con un solo click significa che oggi «buona parte dell’innovazione che riguarda la creazione, la diffusione e il consumo di testi viene da “fuori”, non arriva più dagli editori». Continuano a essere necessarie tutte le professionalità che girano intorno ai libri e al giornalismo. Qui si parla di ipotesi per il futuro, ovviamente, ma nei prossimi anni il ruolo di filtro e cernita svolto oggi dall’editore rischia di essere sempre meno preponderante, e di spostarsi altrove (le agenzie letterarie, le comunità online di lettori, i blog, la stampa in rete).
Io ho già scritto in altre sedi che secondo me il libro elettronico ha molte potenzialità positive: per esempio potrebbe correggere alcune storture del mercato editoriale odierno, ridando slancio all’editoria di qualità e di catalogo. Lo dimostra anche l’iniziativa recente dei nostri colleghi Dragomanni, che pubblicano in e-book proprie traduzioni di classici moderni.
Ma veniamo a quello che ci riguarda più da vicino: cosa può cambiare per i traduttori in questo mercato in evoluzione?
Per esempio, il digitale può eliminare l’intermediario editoriale tra autore e traduttore: potremmo trovarci a lavorare direttamente per un autore, che però dispone di meno fondi da investire, non essendo una realtà industriale; e quindi, potrebbe capitarci di dover condividere il rischio imprenditoriale dell’autore, accettando che parte del nostro compenso sia la percentuale sulle copie vendute. Un’arma a doppio taglio, come già sappiamo, specie in un mercato editoriale piccolo come quello italiano. Inoltre, questo presume che il traduttore debba sviluppare la capacità di trovarsi clienti in un mercato più vasto, acquisendo tutta una serie di competenze che finora erano più connaturate alla traduzione tecnica che a quella editoriale (autopromozione, ricerca di clienti online, gestione di clientela internazionale con pagamenti in valuta estera, ecc.), o appannaggio specifico di uffici diritti e agenti letterari (gestione e acquisto di diritti di traduzione internazionali). Oppure, come il caso già citato dei Dragomanni, è il traduttore a farsi editore in prima persona.
Si tratta di situazioni ancora del tutto in fieri, quindi non si può prevedere con esattezza come si evolveranno. Per chi di noi vuole restare competitivo nei prossimi anni, però, può essere strategico cominciare a investire sulla formazione in questi ambiti.
Il fiorire del libro elettronico in Italia potrebbe generare (io lo auspico) una nuova serie di ritraduzioni di classici antichi e moderni da parte degli editori, creando così nuove possibilità di lavoro. Potrebbe anche aumentare la quantità di pubblicazioni “coraggiose”: uscire solo in formato elettronico riduce fortemente i costi di stampa e distribuzione, quindi l’editore può usare l’e-book come prima palestra di lancio prima di accollarsi il rischio di una tiratura su carta; esperimento già iniziato da Rizzoli First, per esempio. Se usata in maniera virtuosa, questa strategia potrebbe dare spazio a molta narrativa di qualità che al momento resta ferma per timore di insuccessi di vendite; penso anche alle letterature di lingue non veicolari, che in quest’epoca di crisi sono penalizzate a favore di quelle più sicure dal punto di vista commerciale.
Però gli e-book si vendono a prezzi più bassi e fruttano all’editore ricavi ridotti: a fronte di una percentuale dell’8-10% sul cartaceo, per i diritti elettronici l’autore trattiene il 25%. Quindi potrebbero diminuire i fondi a disposizione per pagare chi traduce, anche se in realtà l’assenza di spese vive per la stampa e i minori costi di distribuzione sbloccano gli importi che prima si investivano in quel ramo. Anche qui il settore è in evoluzione e non ci sono ancora delle prassi consolidate; certo, i traduttori dovranno saper negoziare contratti vantaggiosi anche per i diritti elettronici.
Insomma, dobbiamo rassegnarci a un futuro di lavoro meno pagato? Lo scopriremo solo vivendo, dice il saggio, o più seriamente possiamo sperare che un mercato più fluido e democratico generi un flusso di utili maggiore, e che la diminuzione di altri costi possa dirottare questi utili anche su una retribuzione migliore per i traduttori.

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